Marco Polo era rimasto dolorosamente colpito dalla morte di Renato Casarotto. Renato era l’alpinista solitario per eccellenza, autore di alcune tra le più incredibili imprese in montagna e poi… era morto a poche centinaia di metri dal campo base, cadendo in un crepaccio nascosto in un tratto che stava percorrendo a piedi, quasi fosse un semplice sentiero. Ma, allora, il destino, il nostro destino è davvero l’unico giudice supremo della nostra vita e ad esso non possiamo mai sottrarci? Chi può sapere davvero quando verrà il nostro momento supremo, quello in cui ci presenteremo davanti ad un Nuovo Giudice, che ci guarderà negli occhi e ci chiederà di noi e della nostra vita? Marco così pensava, mentre roteava nello spazio infinito e aspettava di entrare nel nuovo momento che il suo continuo vagare gli aveva riservato questa volta, quanto, improvvisamente, si fermò nel…

1961 – Walter Bonatti, Andrea Oggioni e Roberto Gallieni sul Pilone Centrale del Freney – Monte Bianco 4810 m

  1. Le mie montagne” – di Walter Bonatti – Nicola Zanichelli Editore – Bologna – 1976 – segn. Biblioteca B529
  2. Freney 1961 – Un viaggio senza fine” – di Marco Albino Ferrari – CDA Vivalda Editore – Torino – 2007 – segn. Biblioteca G710

Marco si ritrovò nuovamente sul Monte Bianco, nel 1961, mentre Bonatti, Oggioni e Gallieni tentavano per la prima volta di salire il terribile Pilone Centrale del Freney. Era il loro sogno, già svanito due anni prima nel 1959. Alta quota, imponenza della torre di granito e severo isolamento: questi erano gli ingredienti della loro sfida a quello spigolo che, fino ad allora, aveva respinto tutti gli assalti di coloro che avevano tentato di superarlo. Loro tre, il “Bianco” lo conoscevano bene. Però, proprio in quei giorni, anche i fortissimi francesi Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vieille, tra i migliori alpinisti d’oltralpe in assoluto, avevano avuto la stessa idea ed erano accompagnati dalla medesima passione per quegli ambienti estremi del grande Monte Bianco. Marco ricordava bene i nomi di quegli alpinisti presenti sulla montagna in quei terribili giorni di tempesta e, purtroppo, sapeva anche come si erano sviluppati i drammatici eventi di quei lunghi e tragici giorni.

Walter e i suoi amici avevano trovato i quattro alpinisti francesi al bivacco della Fourche, dove i francesi erano arrivati un po’ prima. Marco sapeva che quello era il momento in cui tutto sarebbe poi cambiato. Infatti, dopo una serata di confronto, decisero che avrebbero salito tutti insieme il Pilone. Questo fu un primo grave errore, in quanto un conto era salire in tre e un altro era effettuare quella terribile ascesa in sette. Di questo, Oggioni ne era cosciente e, certamente, anche Bonatti, che però non se la sentì di abbandonare l’impresa o di convincere i francesi a farlo.

Gallieni e Bonatti nel 1961

Marco avrebbe voluto tentare di convincerli a desistere, ma il tempo era ancora bello e i sette erano tra i più forti alpinisti del tempo: in quel momento, non potevano sapere quello che li aspettava lassù. Domenica 9 luglio partirono prestissimo e lunedì 10 luglio il tempo era ancora bello. Bonatti ricorda così quei momenti: “Siamo sull’alto ghiacciaio della Brenva. Lo attraversiamo superando il colle Moore che lo divide in due bracci. Sono le 2.30 di lunedì. Cinquecento metri di scivolo ripidissimo ci dividono ancora dal Col du Peuterey, presso il quale si innalza, poderoso, il nostro Pilone Centrale. È già un’impresa di prim’ordine arrivare alla base del Pilone… Il morale è alto e tutti sono tranquilli”. Marco allora tentò di instillare in Walter il dubbio che non dovessero andare avanti, ma il cielo era ancora abbastanza sereno, anche se Bonatti già intravedeva alcune nebbie sopra di loro. Bonatti sembrava quasi sentire dentro di sé i dubbi di Marco, ma pensava di essere in cima prima di un’eventuale bufera. E invece: “…il temporale ci coglie in pieno mentre Mazeaud e Kohlmann stanno iniziando la scalata della cuspide finale: rimangono solo ottanta metri di monolite strapiombante per uscire dal Pilone e giungere sulla crestina che conduce verso la vetta del Monte Bianco”.

Furono così costretti a retrocedere sulle esili cenge sopra la “Chandelle”. I fulmini si scatenarono e uno lambì Kohlmann che perse i sensi, trattenuto dal pronto intervento di Mazeaud. La saetta lo centrò nell’apparecchio acustico, rendendolo completamente sordo: per lui sarà l’inizio della fine poiché, oltre a non riuscire più a sentire i richiami dei compagni, inizierà a non stare bene e a peggiorare sempre di più. In quel turbinio di fulmini e saette gli alpinisti si separarono da piccozze, ramponi e dai chiodi per evitare di diventare facili bersagli dei lampi, ma le scariche elettriche si fecero sempre più potenti, come la paura e il terrore di essere perduti. Volevano fuggire dalla terribile bufera che si era scatenata, ma Marco purtroppo sapeva bene che non era possibile nemmeno guardare fuori dalla piccola tenda che li proteggeva. “Fuggire, ma poi dove?” si disse tra sé Marco, ripetendosi le stesse parole che pensava Walter.

La violenza distruttiva sembrò fortunatamente allontanarsi: ma, pur nella calma della neve che cadeva, non potevano però nascondersi la precarietà della loro posizione, i muscoli doloranti e l’aria che mancava sotto il telo della tenda. Nella terribile notte che seguì, gli italiani sentirono gli stessi loro lamenti che provenivano dalla selletta dove erano sospesi i francesi. Il buio aveva reso tutto tetro e nero e la notte era trascorsa con una lentezza esasperante. All’alba, mettendo fuori la testa, rimasero sorpresi dall’enorme quantità di neve caduta. Faceva molto freddo e, per un crudele gioco del destino, il cielo sembrò aprirsi e sgombrarsi dalle nubi. Mentre si preparavano fiduciosi per la discesa, il tempo iniziò a peggiorare ancora. Un vento gelido li investì e la neve riprese a cadere violenta. Marco tentò di suggerire agli alpinisti che era il momento di prendere una decisione, perché altrimenti in quella precaria situazione, nessuno avrebbe avuto scampo. Mazaud sembrò quasi sentirlo: “Mazeaud, pieno di vitalità e di iniziative, mi grida: Non appena fa bello andiamo sù io e te. Se pensi che sia meglio uscire a sinistra, tenteremo senz’altro da quella parte”. Loro due erano quelli più in forma in quel momento e anche Marco concordava sul fatto che, uscendo verso l’alto del Monte Bianco, avrebbero avuto qualche possibilità di salvarsi perché Bonatti sapeva scendere dal Bianco con qualunque tempo, come già aveva fatto anche altre volte. Ma il loro proposito, però, non potrà mai essere realizzato: non ci sarà più alcuna schiarita per i giorni successivi.

Al calare della sera, Marco vegliava sempre su di loro e, silenziosamente, diceva a Walter: “Sta calmo Walter, devi stare calmo. L’unica salvezza è nella calma”. Trascorse anche la notte e, al sorgere del nuovo giorno, si resero conto che era già giovedì: erano trascorsi quattro giorni dalla domenica precedente e gli alpinisti erano ormai allo stremo, a corto di cibo e senza acqua da bere. Tentarono di darsi fiducia l’un l’altro dicendosi che quella terribile bufera non poteva durare, ma Bonatti sapeva bene che erano in una situazione disperata: anche Oggioni ne era consapevole e si resero conto che la mattina successiva avrebbero dovuto tentare la discesa tutti insieme, anche se sapevano perfettamente che sarebbe stato difficilissimo e pericoloso.

Alle 6 Bonatti iniziò la discesa, che si rivelerà però un autentico calvario: Marco lo accompagnava in silenzio lungo la parete ghiacciata: “…mi calo nel vuoto grigio e tempestoso, quasi alla cieca, senza sapere dove giungerò. Mi sembra di essere in un mare in burrasca. I vortici di neve mi danno la sensazione del capogiro. […] La manovra è lunghissima e ancor più l’attesa che dall’alto mi facciano pervenire il materiale per la successiva calata. A volte restiamo ammucchiati, incollati a un chiodo in quattro o cinque, sospesi nel vuoto. […] Siamo fradici e gelati”. Rocambolescamente, verso sera, raggiunsero la base del Pilone e si diressero verso il colle di Peuterey. La neve era altissima, in alcuni tratti quasi quanto un uomo. La notte tra venerdì e sabato fu la peggiore di tutte. Erano sfiniti, il più provato di tutti era Kohlmann. Nella notte scesero altri 60 centimetri di neve e i viveri erano ormai terminati. La situazione era disperata. Marco, con un filo di voce, cercò di suggerire a Bonatti (che era sempre quello più lucido e capace di reagire) che la loro unica speranza era di arrivare alla Capanna Gamba, scendendo per i pericolosi Rochers Gruber. E Bonatti sembrò sentirlo: avrebbe tentato quello che sembrava davvero impossibile in quelle condizioni: “La parete nevosa che precede i Rochers Gruber è spaventosamente carica di neve fresca. […] Mi sento morire dalla fatica, dal dolore fisico, dal gelo, ma rifiuto di lasciarmi andare…”. Ma non è così per Vieille: il giovane è ormai esausto, non reagisce più ai richiami su quell’infida parete e deve essere aiutato e trascinato nella neve altissima, finché non ce la fa più e muore di sfinimento. Marco sapeva bene che non sarebbe stato certamente l’ultimo e, con un gesto di umana pietà, si fece un segno di croce. Bonatti risalì dai compagni e poi scese con Mazeaud a dare la notizia a Kohlmann; per lui lo shock fu grandissimo e, probabilmente, ne accelerò la corsa verso la follia.

Ripresero così la discesa quando, ad un certo punto, parve loro di udire delle voci. Pensando ad un’insperata salvezza, gridarono con tutte le loro ultime forze, sperando che ci fosse una squadra di soccorso in fondo ai Gruber, ma poi non riuscirono a sentire più nulla. Ripresero allora le infinte calate in corda doppia.

Bonatti s’accorse che Oggioni, il forte amico di sempre, era ormai in crisi di energia e prossimo alla fine. Il ghiacciaio del Freney dove erano giunti stremati era ricoperto di un manto di neve, ma l’idea di Bonatti era quello di raggiungere il Colle dell’Innominata per poi risalirlo sino alla Capanna Gamba, la loro unica speranza di salvezza. Allora Walter decise che lui e Gallieni sarebbero andati avanti ad attrezzare la discesa, prima che sopraggiungesse l’ennesima notte di tormenti. Quando gli altri, scendendo sulla parete così attrezzata, arrivarono da Bonatti e Gallieni, con loro non c’era più Guillaume che, purtroppo ormai sfinito, era caduto in un crepaccio del ghiacciaio.

Marco si accorse subito che tra i poveri alpinisti ormai stremati e disperati regnava l’incertezza sulla loro sorte e un’incombente follia. Inoltre, il solo Walter aveva ancora la forza e la lucidità di agire: decise così di avviarsi verso la Capanna Gamba, dove sicuramente si trovavano i soccorsi. Tentò invano di scuotere Andrea Oggioni, nella speranza di dargli ancora la forza di reagire e di ripartire. “Forza Andrea, che ci siamo. Dopo lo strapiombo manca poco. Tieni duro!”.Ma Oggioni alzava la testa e guardava inebetito i compagni, col viso ormai senza espressione rivolto sulla neve. “Oggioni guardava il chiodo a cui era appeso e non capiva. Sorrideva e poi, pescando dai suoi ricordi, ripeteva la frase in dialetto “La faremo sì ma mi me la senti no” che vuol dire “ce la faremo, ma io non me la sento più”. Marco allora, con dolore, suggerì a Walter di lasciarlo assicurato alla parete e di cercare di giungere il prima possibile alla Capanna Gamba, dove avrebbe potuto far partire i soccorsi. Bonatti ascoltò il suggerimento con dolore immenso, perché non voleva abbandonare il suo amico, ma si rese conto che non c’era altra speranza di poterlo salvare insieme con gli altri. “Dobbiamo fare presto. Forza! Andiamo a chiamare i soccorsi per i compagni. Era quasi l’una di mattina di domenica 16 luglio. La tormenta scaricava la sua furia sull’ultimo atto della tragedia”. Lasciarono così Mazeaud con Oggioni, che ormai sfinito non si muoveva più, ma era stato ancorato in sicurezza alla parete. Intendevano tornare a prenderlo: così, iniziarono a salire Bonatti, Gallieni e Kohlmann che decise di andare con loro al Colle dell’Innominata per poi scendere verso la Capanna. Ma il francese era oramai in preda alla follia e, quando si ritrovò sui pendii nevosi che portavano alla Capanna Gamba, il suo cervello lo abbandonò definitivamente e aggredì i due compagni, pensando che Gallieni stesse per tirare fuori una pistola per ucciderlo. A fatica, i due lo lasciarono lì per correre al rifugio.

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Era ormai buio quando i due riuscirono a entrare nel bivacco e qualcuno chiese “Walter sei tu?. Tutto diventò allora concitato e la speranza dei soccorritori si riaccese. Bonatti e Gallieni indicarono dove poter trovare i compagni, ma dopo tre ore di soccorsi portati dagli altri alpinisti agli sventurati compagni, gli amici dovettero informare Bonatti della morte di Oggioni e di Kohlmann. Solo Mazeaud riuscì a salvarsi, piangendo con Bonatti i compagni ormai scomparsi. Marco si unì al loro pianto disperato: quella terribile tormenta si era portata via con sé quattro tra i più valorosi alpinisti dell’epoca e, soprattutto, per Walter era stata l’ultima occasione di vedere il suo più grande amico e compagno di scalate e di vita, Andrea Oggioni, anche se ormai avvolto pietosamente in una coperta. Marco pensò allora con amarezza che, talvolta, possiamo anche non vedere più i nostri amici più cari, ma essi vivono sempre nel nostro cuore e da esso non possono sparire. Come invece potrebbe accadere ai nostri ricordi, per gli oltraggi che essi possono subire per il passare del tempo. Troppo recente era il ricordo di quando aveva assistito alla tragica separazione seguita alla morte di Julie Tillis sul K2, con il dolore infinito del suo amico Kurt Diemberger per la sua perdita.

Marco guardò per l’ultima volta il corpo ormai inanimato di Andrea e il viso rigato di pianto di Bonatti e, immediatamente, venne ripreso dalla solita luce e trasportato nel… [continua].

I due libri presentati in questo racconto riportano la drammatica descrizione degli eventi accaduti sul Pilone Centrale del Freney, tentato dai sette alpinisti nel 1961. Mentre il testo di Bonatti riserva solo l’ultimo capitolo ai terribili giorni trascorsi lassù (narrando anche molte delle altre sue eccezionali imprese), quello di Albino Ferrari narra splendidamente l’alternarsi degli eventi accaduti sulla montagna e quelli che si succedevano invece tra i parenti e i soccorritori che tentavano di salvare gli uomini bloccati in parete. Bonatti descrive anche i sentimenti provati per il dolore della perdita di un amico fraterno, quale era Andrea Oggioni, suo compagno in mille salite impossibili. Ferrari, invece, vuole descrivere anche lo spirito che anima gli alpinisti di fronte ai momenti più drammatici della loro esistenza: “…La morte per un ideale, anche se inutile, come ogni forma di romanticismo, lascia un segno prezioso. Il valore dell’alpinismo, di quell’alpinismo classico, diventa oggi il pretesto per capire uomini molto diversi, sognatori, vittime e protagonisti del proprio incanto…”.