Marco era rimasto sgomento e affranto dalla morte dei quattro alpinisti sul Monte Bianco. Il suo cuore non riusciva a contenere tutto il dolore provato per quella tragedia e si chiedeva sempre di più che senso avesse quel suo assistere impotente a tutti quei drammatici eventi. Certo, si rendeva conto di non poter cambiare la storia a posteriori: ciò che poteva fare era solo tentare di fornire ai poveri sventurati che incontrava un barlume di speranza che, in qualche modo, potesse aiutarli a superare quei momenti così difficili. In fondo è quanto ci possiamo aspettare da un amico che, pur silenziosamente, è sempre con noi e riesce a non farci sentire drammaticamente soli nella disgrazia. Ed era proprio quello che Marco cercava di essere per loro: un amico vero, quasi un fratello che magari non vedi per lunghissimo tempo, ma sai che c’è, che sta con noi e che ci segue nei passi della nostra vita. Marco allora, con un velo di malinconia, si lasciò così trasportare dal vento impetuoso e dalla luce che ogni volta lo rapivano e attese ancora per un istante di vedere dove lo avevano condotto questa volta.
2009-2011 – Nives Meroi e Romano Benet – Il quindicesimo ottomila – Due solitudini unite in coppia verso la cima – Udine e Kangchendzonga m. 8586
- “Non ti farò aspettare” – di Nives Meroi – Rizzoli Editore – Milano – 2015 – segn. Biblioteca L 1100
Marco questa volta si stupì di dove era arrivato, portato dal vento: c’era sì tutto bianco intorno, ma non si trattava dei terribili paesaggi alpini nei quali aveva incontrato gli altri alpinisti. Si ritrovò infatti… in un ospedale.
“Romano è pallido e sfinito. Come quando scendevamo dai settemila e cinque al Kangchendzonga, ancora sommerso da quel malessere sordo e senza contorni che lo svuota di ogni forza.”
Romano era il marito di Nives ed il suo compagno di scalate di sempre. Tornando giù dalla montagna senza essere riusciti a conquistarla aveva cominciato a sentirsi male, di un malessere che non si riusciva a spiegare. Lui era sempre stato quello che stava davanti a tutti, a tirare la salita e ad aspettare Nives che, puntualmente, rimaneva indietro. Ma ora no, non riusciva più a salire e anche in discesa faceva una fatica immane. Il 12 giugno 2009, dopo aver effettuato dei controlli e mentre ritornavano a casa, vennero richiamati in ospedale per una notizia terribile: si trattava di aplasia midollare severa. La malattia era molto grave, ma i medici avrebbero dato subito inizio alla terapia farmacologica e, se tutto fosse andato bene, entro cinque o sei mesi Romano avrebbe potuto tornare a posto.

Improvvisamente, al bianco delle nevi perenni, si era sostituito il bianco delle corsie dell’ospedale. Al posto delle vette infinite dell’Himalaya ora c’era un nuovo ottomila da scalare, ben più terribile e crudele: la malattia, il quindicesimo Ottomila. Nives non ebbe alcun dubbio: avrebbe lasciato la sua rincorsa al record tanto desiderato di essere la prima donna al mondo a scalare tutti gli Ottomila e sarebbe rimasta al fianco di Romano, in questa scalata molto più incerta e terribile. Insieme, potevano ancora farcela.
“Come cambiano le priorità, gli obiettivi e perfino la routine. Se prima il fare di ogni giorno consisteva nell’incastro di lavoro, allenamenti e preparazione delle spedizioni, adesso, nel labirinto della malattia , il tempo è scandito dalle terapie e dai controlli in ospedale.”
Marco avrebbe voluto abbracciarli entrambi, così da far loro capire che non erano soli in questa nuova, drammatica esperienza, ma non poteva. Si limitò a sfiorare la fronte di Nives con un gesto pieno di compassione e condivisione del suo dolore. “Vedrai Nives” disse tra sé “vedrai che riusciremo ad arrivare in cima a questa montagna e ne scenderemo insieme: vivi”.
Ma non fu semplice uscirne. I medici, vedendo che purtroppo le cure non davano gli effetti sperati, iniziarono a parlare di trapianto. Romano, sempre chiuso nel suo silenzio, sembrò sentire la presenza di Marco e si lasciò andare ad un pensiero a voce alta: “Mi avevano detto che probabilmente dopo sei mesi sarei tornato come prima e ora, invece, parlano di trapianto…” . Ma Marco lo incoraggiò ancora silenziosamente: il donatore si era trovato, un giovane dal volto sconosciuto che aveva scelto di essere il custode di Romano, il fratello senza nome che gli era stato affidato dal destino e che, con un gesto gratuito e silenzioso, si prendeva cura di lui donandogli una possibilità di vita. Il trapianto non fu però privo di problemi: Romano non stava bene: febbre, nausea, singhiozzo e alimentazione forzata lo provavano terribilmente. Marco rimaneva accanto a lui, unica presenza possibile, a parte quella dei medici. Nemmeno Nives poteva vederlo, isolato in quella stanza sterile. Ma Marco cercava di sollevargli il morale come se avesse un soffio di vita da instillargli. Solo di tanto in tanto Nives veniva ammessa a vederlo, ma dietro un pesante mascheramento che la isolava, a causa della grave possibilità di infezioni che avrebbero potuto mettere a rischio la sopravvivenza del suo compagno di vita. In quei momenti, così intimi e dolcemente tristi, Marco si allontanava perché quegli istanti appartenevano solo a loro due.
Romano venne rimandato a casa dopo settantuno giorni dal trapianto e nelle loro passeggiate nei boschi di casa Marco li seguiva con lo sguardo da lontano, con un grande pudore per il loro amore. Ma ogni minimo sforzo lo lasciava stremato e la “cima” che speravano di raggiungere insieme dopo il ricovero si allontanava sempre di più. Venne così tentata una terapia sperimentale: un nuovo trapianto dallo stesso donatore. Nives sembrò sentire allora la presenza di Marco e “Di fronte all’assurdo della malattia capace di rendere vana ogni terapia, dobbiamo accettare di vivere il vuoto dell’attesa. Raccogliamo tutta la pazienza imparata negli anni di montagna: come quando sei su un passaggio pericoloso, col chiodo ormai lontano e il rischio che se cadi strappi via tutto e precipiti fino giù. Allora ti fermi un attimo, inspiri, espiri e poi ricominci a scalare, prendendoti tutto il tempo che ti resta per tirarti fuori dai guai”. “Non disperare” le sussurrò piano Marco “ vedrai che stavolta la via è quella giusta e riusciremo a vedere di nuovo la fine”.
Dopo altri tre mesi, infatti, Romano cominciò a recuperare sempre di più e le loro passeggiate ora lo vedevano nuovamente andare più forte di Nives che, felice, doveva quasi rincorrerlo! Tornarono sul Gran Paradiso a due anni esatti dall’inizio della “scalata” alla malattia e, quattro mesi dopo, nell’ottobre del 2011, si recarono di nuovo in Himalaya per salire il loro primo seimila dopo la fine della cura.
Marco li aveva accompagnati fin lassù e, giunti sulla cima, pensava di dover saltare un’altra volta nel tempo. Ma non fu così. Improvvisamente, si ritrovò con i due alpinisti ai piedi del Kangchendzonga, la montagna che i due avevano dovuto abbandonare a causa della debolezza di Romano. Era quasi la fine di aprile del 2014 e, incredibilmente, ora essi stavano tentando di nuovo la salita.

Marco sembrava timoroso per il rischio che loro due avrebbero potuto correre, ma sapeva bene che la determinazione dei due compagni di vita e di avventure era incrollabile. Li seguì dal campo base sino al campo 1, dove giunsero il 30 aprile. “Con la nostra tendina noi due siamo soli quassù, al riparo di un piccolo seracco, su uno stretto gradino ricavato nel ghiaccio del pendio”. Qualche giorno dopo, portarono i materiali al campo 2, a settemila e duecento metri. Il 16 maggio erano all’ultimo bivacco a settemila seicento metri. La notte il vento era cresciuto fino a diventare un urlo: quando la raffica calava, si avvertiva il silenzio che l’aveva preceduta. Nives sembra chiedere a Marco “E noi ora che cosa facciamo? Restiamo qui o proviamo ad andare su? In un attimo bisogna decidere: se stiamo fermi un giorno a queste quote così alte, l’indomani potremmo non avere più le forze per proseguire. Meglio partire lo stesso stanotte.” Marco annuì silenziosamente, capendo che per loro era troppo importante salire su quella montagna. E cercò quasi di guidarli: al buio, infatti, l’occhio deve cedere il passo agli altri sensi che devono ascoltare e percepire i suoni della notte. E così i due alpinisti chiusero gli occhi e si affidarono alla montagna e al loro silenzioso e sconosciuto compagno di viaggio.
“Inizio a salire. Montagna, abbi cura di noi. Da parte mia, cercherò di fare di ogni passo il mio passo più importante. Adesso l’ho capito: la strana sensazione di dover vivere ogni attimo come se fosse l’ultimo è un buon presagio”. In quell’isola di vuoto essi erano soli, i due soli segni di vita: e Marco sembrava sospingerli sempre più avanti. Alla loro sinistra Marco vide il corpo di un uomo, che non era caduto, ma forse non ce l’aveva fatta a scendere. Sfinito, si era lasciato andare sulla neve e lì la morte lo aveva silenziosamente rapito. Marco recitò una breve preghiera e prosegui con Romano e Nives. “Qui ci siamo soltanto noi due: soli e responsabili di vivere in una libertà senza confini. Però non ne siamo spaventati: indifesi, Romano ed io ci facciamo più leggeri, ci affidiamo alla montagna e chiediamo accoglienza”. Marco mostrava loro la via, che sembrava non dovesse finire mai: ma alle 12.15 del 17 maggio del 2014, i due alpinisti giunsero sul confine della cima. La montagna (e Marco con lei) avevano mantenuto la promessa di concedere loro di poterla salire, anche quando quell’impresa sembrava ormai impossibile. “Dopo cinque anni il Kangchendzonga si è offerto a noi, a noi due saliti soli: a due solitudini unite in coppia verso la cima. Non è gioia che proviamo, soltanto una pace perfetta che ci colma”.

Marco, sorridendo, stava per saltare nuovamente verso una nuova avventura quando sentì Nives dire: Prima di cominciare a scendere però, c’è un altro grazie da dire: allo sconosciuto fratello genetico di Romano. Perché quassù Romano e io non siamo soli. Insieme a noi ci sei anche tu. E grazie a te che siamo qui, e al tuo gesto sovversivo di aver scelto il dono come valore primo. Quel valore della cura e dell’essere tesi verso l’altro, che da quassù risuona forte nello spazio”.
Marco allora sorrise perché, questa volta, aveva capito che il suo ruolo era stato positivo, aiutando Romano e Nives nella loro lotta contro il loro “quindicesimo ottomila” e riuscendo a rendere possibile un evento che il destino amaro e crudele sembrava aver reso impossibile per loro due. E, stavolta con gioia, Marco vide la luce che ben conosceva e il vento che lo trasportava sino a …[continua]
Il libro ora presentato racconta la lotta per salire una montagna ben più dura delle grandi cime della Terra, battaglia vinta dall’amore e dalla determinazione dei due compagni di vita e di imprese. In questo racconto si è appena accennato alla lotta di Nives per diventare la prima donna a raggiungere tutti i quattordici Ottomila.
Dopo la difficile riabilitazione di Romano Benet, i due tornano per la prima volta all’alpinismo himalayano nel 2012, tentando il Kangchendzonga, di cui conquisteranno la vetta poi solo nel 2014. Il 12 maggio 2016 la coppia raggiunge la cima del Makalu. Infine, giovedì 11 maggio 2017, alle ore 9 locali, raggiungeranno insieme la vetta dell’Annapurna, completando così tutte le quattordici vette sopra gli Ottomila nel mondo, anche in questo caso senza l’ausilio di ossigeno supplementare né di portatori. Così, Nives Meroi è la seconda donna nella storia a compiere questa impresa senza l’uso di ossigeno supplementare e la terza in assoluto. I due, inoltre, sono i primi in assoluto ad aver compiuto l’impresa in coppia.

