Marco si ritrovò per la prima volta sul Dhalaugiri (che vuol dire letteralmente “Montagna bianca”) e che è la settima montagna del mondo per altezza. Era stata salita per la prima volta da Kurt Diemberger insieme con alcuni altri alpinisti. Per Gerlinde era quasi un’ossessione, anche se per lei la montagna era soprattutto la bellezza dei luoghi, i momenti magici in alta quota e il senso di felicità nel raggiungere la cima. Sarebbe stata nel 2011 la prima donna a completare tutti i 14 Ottomila senza ossigeno e la seconda in assoluta dopo un’alpinista spagnola, che però aveva utilizzato l’ossigeno in due ascensioni.

9) “Da sola – La mia passione per gli Ottomila – di Gerlinde Kaltenbrunner e Karin Steinbach – Compaccio Editore – Milano – 2010 – segn. Biblioteca F78

Ma in quel momento, il 13 maggio del 2007, si trovava nella sua tenda a 6800 metri a bere un po’ d’acqua calda. Marco capì subito quello che stava per succedere: un boato gigantesco si udì in quel preciso momento in cui lui era apparso a fianco della tenda di Gerlinde: una gigantesca valanga si abbatté sul piccolo rifugio dell’alpinista. Lui non aveva potuto far nulla, non poteva nemmeno gridare per farsi sentire. “Fermati”, riuscì solo ad urlare, mentre la neve trascinava la tenda verso il precipizio. Improvvisamente, tutto si acquietò e il movimento franoso si arrestò. Sentì Gerlinde pensare, come se stesse rivolgendosi proprio a lui: “Dove sono? Sono a piedi in giù o in su? E se, muovendomi, fossi scivolata ancora, precipitando oltre il bordo dello strapiombo? Dopo un po’ mi resi conto di essere distesa con le spalle addossate al pendio e che guardavo in su. Una piccola sacca d’aria si era formata su di me e mi consentiva di respirare e proprio davanti a me scorgevo il tessuto giallo della tenda”. Gerlinde si chiedeva come avrebbe potuto uscire di lì se non riusciva quasi nemmeno a muoversi. Marco allora provò a suggerirle, quasi potesse sentirlo, di tagliare con il coltello la parete della tenda, unica speranza di non soffocare.

Gerlinde all’interno della sua tenda

Il Dhalaugiri aveva già chiesto un pesante dazio in quei giorni, prendendosi la vita di un alpinista italiano, morto in seguito ad una caduta in cui aveva battuto la testa. In più, uno spagnolo era precipitato lungo un ripido pendio, salvandosi però miracolosamente. Marco però non voleva assolutamente permettere che Gerlinde fosse un’altra vittima della Montagna bianca, che già aveva fatto desistere la compagna di cordata di Gerlinde, Lucie. E, peraltro, la valanga si era portata due spagnoli che avevano posto le loro tende già da molto tempo un po’ più in basso rispetto alla tenda di Gerlinde.

Fu così che Gerlinde, quasi l’avesse sentito, disse a se stessa: Devo aprire con il coltello un varco nella parete della tenda, altrimenti non uscirò più di qui. Altrimenti soffocherò…” . Afferra il coltello, gli suggerì Marco, prendilo subito. Gerlinde cercò con la mano il suo coltello finché non riuscì a trovarlo. Lo aprì con i denti, perché poteva usare un solo braccio e tagliò il telo della tenda, non curandosi della neve che cadde all’interno. Fortunatamente, non fu una quantità troppo elevata e, spingendo il braccio attraverso la neve, riuscì a sentire che la mano arrivava all’aperto. “Raddrizzati, forza” insistette Marco e così fece l’alpinista. A poco a poco riuscì a sollevare il busto e a liberare l’altra mano. Il passo successivo era proprio quello di alzarsi per poter uscire. “Prova Gerlinde, non hai nemmeno gli scarponi e il sacco a pelo a trattenerti, forza, puoi farcela”. In quel momento, infatti, non contava il pericolo di un congelamento: occorreva assolutamente uscire da quella grotta di ghiaccio per salvarsi.

Gerlinde riuscì con un grande sforzo a sollevarsi in piedi e, dopo essere uscita con il busto, riuscì ad uscire del tutto. Appena fuori, il suo primo pensiero non fu per sé stessa, ma per cercare le tende dei suoi amici spagnoli. Ma non vide nulla. Risalì un poco lungo il fianco della montagna e cominciò a scavare dove pensava che dovesse trovarsi la tenda.

Marco cercò in qualche modo di trasmetterle la sua rassegnazione: era trascorsa più di un’ora da quando aveva iniziato a rimuovere la neve e, dopo tutto quel tempo, non era possibile che fossero ancora vivi. E, purtroppo, Gerlinde ad un certo punto sentì qualcosa sotto la pala che aveva usato: era un piede! Tentò quindi di sentire se c’era ancora un soffio di vita, ma dovette abbandonare ogni speranza: “Erano morti, letteralmente e completamente cementati nella massa di neve. Ma non avevo voluto rassegnarmi”.

Gerlinde però riuscì a trovare ancora vivo il terzo spagnolo, Javi, e insieme piansero i loro amici: con essi, anche Marco non riuscì a trattenere le lacrime. Non poterono nemmeno metterli in un crepaccio perché intorno non ce n’era nemmeno uno. Marco però si riprese perché sapeva che ora doveva assolutamente aiutare i due ragazzi a scendere. E non era affatto semplice! Gerlinde era riuscita a trovare i suoi ramponi e la piccozza, ma Javi non era riuscito a recuperarli. “Dovete scendere lentamente, aggrappati l’uno all’altro” provò a suggerire, ma ovviamente essi non potevano sentirlo. Tuttavia, da esperti alpinisti quali erano, si sorressero l’un l’altra fino a giungere al campo 1.

“Fermatevi” disse ancora Marco “la parete è troppo pericolosa a quest’ora e il caldo potrebbe far precipitare la massa nevosa instabile. Quasi l’avessero nuovamente sentito, i due si fermarono e tentarono di mettersi in contatto con il campo base. Javi riuscì a parlare con altri suoi compagni e li implorò di portargli i ramponi, senza i quali non avrebbe potuto affrontare la discesa ulteriore. Gerlinde, invece, riuscì a chiamare il marito, anch’egli alpinista e impegnato sul Manaslu: aveva bisogno di parlare con qualcuno che potesse essere capace di ascoltarla. E Marco ne fu felice.

Arrivarono al campo base intorno alle sette di sera e Gerlinde decise di andar via il più presto possibile. Mentre attendeva di partire, continuava ad interrogarsi sui fatti che erano accaduti, quasi chiedendo perché lei era riuscita a sopravvivere e i suoi amici no. Marco comprese quella sua disperazione e, silenziosamente, tentò di spiegarle che lei aveva fatto tutto il possibile, ma “Gerlinde” sussurrò Marco “tu non potevi fare nulla: si è trattata di una tragica fatalità. La tua tenda è stata trascinata via perché l’avevi piantata solo la sera prima e, pur essendo fissata, non si era ancora saldata sul ghiaccio. La forza della valanga l’ha trascinata via, salvandoti dal restare seppellita. La loro, invece, era stata piantata da settimane in quel posto e il pavimento si era ormai saldato al ghiaccio. Così, la massa di ghiaccio l’aveva schiacciata e cementata nella neve, uccidendo i due sventurati alpinisti”.

Come folgorata da questi pensieri suggeriti da Marco, Gerlinde comprese anch’essa la terribile dinamica dell’evento e si sentì leggermente sollevata. In fondo, se non avesse avuto il coltello legato alla cintura, non sarebbe riuscita a tagliare il telo della tenda. E, non riuscendo più ad uscire dalla tenda, sarebbe morta anche lei.

Il coltellino che consentì a Gerlinde di salvarsi

Marco ripensò a quanto era accaduto e comprendeva perfettamente lo stato d’animo della ragazza. A volte, a posteriori, ci si fanno tante domande e si possono anche interpretare diversamente le cose. Gerlinde si stava chiedendo perché aveva voluto salire ugualmente sul Dhalaugiri dopo che la sua compagna di cordata era stata male ed era ridiscesa: forse lei aveva voluto osare troppo e sfidare la montagna? Forse la montagna aveva voluto farle capire che il destino degli uomini che osano salire su di essa dipende sempre da lei e non solo dalla loro preparazione ed abilità. Ma questa (e Marco lo sapeva bene) erano domande che non potevano avere una risposta e, mentre Gerlinde, si allontanava per tornare a casa, la guardò con uno sguardo triste e malinconico, pur sapendo che l’anno successivo l’alpinista riuscirà a salire in vetta al Dhalaugiri e il 23 agosto 2011, raggiungendo il K2, completerà la salita di tutti i 14 Ottomila.

Alla fine degli Ottomila…

Così, Marco si rese conto che lei aveva poi saputo rispondere a queste domande e di fronte a questo si sentì sollevato, mentre guardava allontanarsi l’alpinista. Subito dopo questa sua riflessione, rivide la luce che lo rapiva ogni volta e si trovò trasportato nel… [continua].

Il libro è la testimonianza straordinaria (scritta a quattro mani da Gerlinde e da Karin Steinbach) di colei che ha amato la montagna a tal punto da raggiungere tutte le vette più alte della terra senza ossigeno. Il libro ci racconta le sue imprese (sino al 2009, prima cioè che riuscisse a completare le ascese). Il quadro che ne emerge è veramente incredibile: Gerlinde è una donna che non esitò ad interrompere l’ascesa all’Everest quando già vedeva la vetta per salvare un suo compagno o che decise di raggiungere la vetta del Broad Peak con la spagnola Edurne Pasaban, sua concorrente per il titolo di prima donna a salire tutti gli Ottomila (la spagnola ci riuscirà prima, ma come ricordato utilizzando l’ossigeno in due occasioni). Il libro ci rapisce fin dalla prima pagina e ci racconta di una persona straordinariamente umana e di una grandissima forza di volontà, che l’accompagnerà sempre in tutte le sue imprese. E, quindi, una buona lettura a tutti!