AL CALAR DELLA SERA…

    Spunto per una prossima escursione.

    Con Stefano c’era un’intesa: salire il Gran Zebrù in alta Valfurva in “invernale”.

    Ci fu utile la conoscenza occasionale con Carlo Mauri per le indicazioni sul percorso da seguire con riguardo alla crepaccia terminale nel ghiacciaio sopra il Rifugio Capanna Pizzini e per come affrontare il canalino ai piedi del quale, ci disse, dovevamo lasciare gli sci.

    Da Santa Caterina Valfurva non era breve e la cosa migliore da fare era portarsi la sera prima al locale invernale della Pizzini, che doveva essere aperto, come è norma e bivaccare.

    Fu così che ci mettemmo in movimento alle due del pomeriggio del 5 gennaio 1967, appena terminato il nostro turno di lavoro in Ospedale. Con lo slancio dell’entusiasmo giovane per una “invernale” e senza badare troppo alla temperatura né allo stato del tempo, ma ben equipaggiati, dopo aver raggiunto il paese in macchina, con le pelli di foca montate sugli sci lasciammo Santa Caterina per salire lungo la strada fino alla località Forni e poi avanti ancora. Non era passato nessuno e lasciavamo tracce profonde nella neve.

    La Capanna Pizzini non si vedeva, ma sapevamo come puntare in diagonale attraverso i costoni della montagna seguendo il decorso del fiume Cedec che sta in fondo a una valle stretta e in alcuni punti tra pareti strapiombanti. Faceva freddo: il termometro appeso all’occhiello della giacca segnava già 25°C. sotto lo zero.

    Stefano procedeva di traverso con un buon passo che riuscivo a tenere senza fatica.

    Il sacco era pieno di tutto: ramponi, guanti, cibo e sopra, legato come al solito, il rotolo del sacco a pelo. Appesa al collo anche la cinepresa prestatami da mio fratello Franco. Il binocolo era nel sacco.

    Poco dopo, il fascino delle montagne incombenti, ghiacciate e silenti si alterò di colpo: lassù, non molto in alto e neppure lontanissimo una vasta nube opaca ci impediva di vedere anche il costone dietro al quale sapevamo che c’era il Rifugio; ma dirigendoci verso quella nube biancastra ci saremmo arrivati sicuramente.

    Era ormai il crepuscolo e la massa nel cielo, divenuta grigia ci avvolse subito perché scendeva velocemente verso di noi che salivamo lentamente verso quell’ombra che non era sola: raffiche di vento furioso la precedevano e la impastavano in continuazione.

    Non era una nube del cielo, era una bufera che si era organizzata in incognito a quella quota nella conca alta del Circolo della Valfurva.

    Quella nube di bufera era una cosa che non avevo mai visto: come potevamo sapere se era bonaria o selvaggia? Non ci restava che aspettare l’incontro e l’incontro avvenne in fretta e la sua presentazione fu molto chiara come il suo linguaggio: natura scatenata senza ritegno.

    Nel bel mezzo di quell’imperversare mi resi subito conto del nulla che io rappresentavo e che la bufera poteva sventolarmi come un fagotto con le sue raffiche brevi, sempre disuguali, sempre simili per la violenza.

    Una raffica più forte mi fece capottare senza danni apparenti e rotolare per una ventina di metri verso il fiume Cedec.

    Appena rimessomi in piedi risalii verso Stefano che non essendosi accorto di nulla a causa del frastuono della bufera, aveva continuato a salire al Rifugio.

    Il rumore del vento era molto forte perché percepivo rombi prolungati pur attraverso la pesante berretta di lana e il cappuccio. Di Stefano nessuna traccia: chiamai, urlai a perdifiato.

    Nulla: non c’era più.

    Mi buttai di corsa con gli sci verso un avvallamento che saliva dolcemente in direzione del Rifugio o almeno così credevo io! …

    Chiamai ancora a lungo.

    Poi la bufera restrinse il territorio pedonabile a quattro o cinque metri ed essendo quasi in piano non sapevo più ora dove era l’alto o il basso, la destra o la sinistra e quindi rinunciai al momento a raggiungere il Rifugio e il suo locale invernale. Dovetti aspettare almeno che passasse quel turbine forsennato che mi faceva perdere l’orientamento.

    Fu una rinuncia che arrivò immediata dalla mente, un lampo al quale mi adeguai come una buona soluzione, senza cercare al momento alternative; mi accorsi però di aver perduto nella caduta il sacco a pelo che era legato sopra lo zaino.

    Non mi faceva paura il freddo e neppure il vento e tantomeno il ritrovarmi solo tra le pieghe della montagna deserta.

    Potevo leggere le ore sul quadrante luminoso del mio orologio e anche vedere a fatica che la lancetta del termometro metallico era andata oltre i 25°C. sotto lo zero.

    Dovevo fare qualche cosa in attesa che tutto passasse.

    Avevo indossati due paia di guanti: uno di cinque dita e di lana sotto e sopra una muffola di stoffa pesante ricoperta di pelliccia. Avevo la berretta di lana foderata di pelle d’agnello e stringata sotto al mento, mutandoni lunghi e pesanti, pantaloni e sopra-pantaloni imbottiti, calze di lana spessa e un buon paio di scarponi, ma il termometro segnava orami 30°C. sotto lo zero.

    Occhiali da sciatore con vetro chiaro proteggevano gli occhi dagli aghi di ghiaccio e dai fiocchi di neve accartocciata che volavano intorno.

    Tutto sommato era anche bello trovarsi per ora in quelle condizioni: una borraccia di vino e the appesa al collo sotto alla giacca a vento e sopra al maglione pesante che indossavo sulla camicia di flanella e la maglia di lana a maniche lunghe: potevo affrontare la bufera con il suo vento a raffiche feroci che arrivavano a intervalli di venti, trenta secondi e duravano poco di più.

    Solo contro una bufera sbucata all’improvviso da una conca della valle alta.

    Ero forse svantaggiato?

    Non avevo mai vissuto un’esperienza del genere, ma avevo letto e sapevo di che cosa si trattava.

    Anche se non fosse durata a lungo in quelle condizioni per resistere e sopravvivere si richiedevano alcuni accorgimenti, perché nessuno poteva venire a rilevarmi.

    Prima di tutto muovermi e così mantenermi caldo, come si dice.

    Camminavo con gli sci girovagando in cerca di un segno che mi indicasse il Rifugio che in verità temevo di non trovare più, perché a volte non sapevo se stavo salendo o se ero in piano, se spingevo gli sci o se era il vento che mi portava. Non vedevo più in là di un metro o due se il vento soffiava. Perché non nevicava? La neve evoca riposo e dà protezione alle sagome intorno, la bufera inquietudine e discordia.

    La luce nel cielo non c’era. Ogni tanto un’ombra immensa mi appariva lontano, al di là della valle: era il monte Cevedale. Ma io stavo al di qua del fiume Cedec che in quel punto non era più una gola tra dirupi ma un’acqua ghiacciata di fondovalle tra fianchi di pascoli innevati sopra ai boschi.

    Del Rifugio nessuna traccia.

    Che ora era? Vidi a stento sull’orologio in un momento di pausa del vento infernale che la lancetta piccola era sulle undici! Mi sembravano volate le ultime ore, da quando mi ero ribaltato avevo gironzolato a vuoto per tre ore.

    Ebbi l’impressione che in quella circostanza il tempo fosse diverso: le ore passavano e mi ritrovavo sempre allo stesso punto.

    Paura? Nessuna: era troppa la fiducia nella mia forza fisica, l’intraprendenza e lo slancio interiore e molto il fascino di un’avventura nuova e inattesa; mi sentivo sicuro, protagonista e immune da ogni conseguenza. E poi era una situazione dai componenti sani e questo mi dava molta esuberanza, quasi un’ebbrezza. Ma il confronto con la notte si faceva pesante. Quanto sarebbe durata ancora l’evasione di quegli elementi scatenati della natura che credevo passasse in pochi minuti? Ogni tanto tornava l’idea di raggiungere il Rifugio perché sentivo che mi stavo affaticando, sempre esposto come ero alla tormenta, che non cessava di investirmi da ogni parte.

    Rientrare al paese sarebbe stata una follia.

    Cominciavo a desiderare un riparo. Era possibile trovare una soluzione semplice?

    Presi atto di essere stato battezzato da quella natura scatenata nella notte gelida; di essere diventato di colpo un alpinista maturo su territorio ostile che deve affrontare la difficoltà di essere da solo a organizzarsi per sopravvivere allo scontro.

    Ero serio, molto serio. Il passatempo era finito.

    La bufera mi lasciava libero di muovermi solo per quanto me lo concedeva il guinzaglio con cui limitava i miei passi.

    Non c’era proprio niente di buon intorno a me nel poco spazio che potevo vedere: solo neve soffiata, increspata e a mucchi sparsi, crostoni di ghiaccio, sassi.

    Continuavo a gironzolare e ormai conoscevo bene il vento insensato che faceva scempio dei profili attorno a me, alterava distanze e pendenze del terreno e cercava di mortificarmi; aspettavo con disagio le sue raffiche dopo le brevissime pause e speravo sempre che la pausa fosse questa volta più lunga e la raffica più lieve: niente.

    La bufera imperversava sempre. Ero tutt’uno quasi con quel vento e a ogni raffica volevo vedere se aveva abbastanza forza per spostarmi e farmi scorrere con gli sci da una parte all’altra anche se calzavo le pelli di foca.

    Si era instaurato un vero dialogo: gli chiedevo di smettere, di rallentare ma il vento continuava ripetendo sempre la stessa combinazione con un sibilio improvviso seguito da un urlo rabbioso che sembrava volesse strapparmi gli indumenti.

    Oltre a rovistare nel mio abbigliamento mi resi conto che il vento entrava a inquisire anche nell’animo sollevando idee e iniziative improvvise: la lotta risveglia automaticamente anche molti istinti e ne amplifica altri. Mi sorprendeva il fatto di mantenermi però lucido, pacato e lontano da ogni emozione; ma era impossibile un’intesa con quel fanatico e forsennato ossesso. Che in me prevalesse ora la ragione non contava nulla: la natura intorno roteava la sua forza con imposizioni alle quali non riuscivo a trasgredire.

    Il Circolo gelido e furibondo dei monti intorno scaglia nella valle energie spaventose e ora il vento riesce a sollevarmi e spostarmi o mi sorpassa con totale indifferenza e si allontana urlando.

    “Il piccolo uomo fuscello di stracci è nulla: ostaggio, sei in ostaggio!”

    E non era ben augurante la qualifica impostami in quelle circostanze.

    Questa era la sua intimidazione: mi faceva avvertire una potenza capace di sollevare e turbinare nell’aria tonnellate di neve ghiacciata e mi ignorava perché, convinto che io conoscendolo l’avrei sofferto, mi avrebbe assalito la paura.

    Ma perché? Non avevo sottovalutato la montagna, non avevo ritenuto la bufera una finzione, temevo quelle forze scatenate; che bisogno c’era di mortificarmi, di recludermi, di punirmi? Ero un novizio, uno sconosciuto carico solo di velleità?

    Forse questo aveva aperto il conflitto. Forse era così che doveva essere: mi scoraggiava la certezza che la bufera non fosse solo circoscritta nello spazio; non potevo sottrarmi ad essa correndo verso valle o verso monte perché mi seguiva ovunque, mi raggiungeva avvolgendomi con impeto e aumentando in me un desiderio di evasione per non cadere nell’angoscia.

    Resisto alle raffiche che mi ghiacciano la testa, non programmo nulla, ricerco me stesso: sono sano, integro, ben equipaggiato e non sono incerto.

    Transiterò anche questa bufera.

    Cerco a destra e poi a sinistra e poi in su e poi in giù: ecco una roccetta alta circa due metri e lunga tre o quattro che spunta dalla neve: un riparo finalmente! Mi addosso sperando di non sentire la raffica incombente. Niente da fare: il vento aggira la roccia e si scarica rabbiosamente contro di me; ma nella sua rabbia il vento si tradisce: devo abbassare la testa per ripararmi e allora vedo lungo il piede della roccia una fessura larga sì e no trenta centimetri e profonda altrettanto. È una di quelle fessure nella neve compatta che la furia del vento scava intorno a tali roccette.

    Sono contento, tolgo gli sci e con essi scavo ancora meglio in largo e sul fondo creando una cuccia a cielo aperto.

    Nella foga però vado verso un incidente: si è sfilato un guanto con la sua muffola e la mano si rattrappisce per il freddo. Recupero il guanto e la muffola che ora sono un tutt’uno ghiacciato e cerco di infilarvi la mano ma l’apertura si è ristretta e indurita immediatamente appena si sono sfilati dalla mano calda al punto che vi passano solo quattro dita. Riprovo dibattendo le povere dita già fredde nella piccola apertura che è però durissima per il ghiaccio; la mano non entra e non posso aiutarla con l’altra che è rivestita dalla muffola e non ha la forza per far presa sul bordo del guanto ghiacciato. Se togliessi i guanti anche da questa mano resterei con entrambe le mani fuori senza essere sicuro di poter ricalcare muffole e guanti. Il terrore dell’inatteso inevitabile congelamento si presenta come un lampo beffardo che la bufera mi scaglia addosso.

    Allora addento rabbiosamente e con forza il bordo ghiacciato del guanto, cerco di tenerlo in posizione per reggere la spinta della mano che deve entrare cercando di allargare quell’anello maledettamente duro che si è formato all’imboccatura.

    Non posso stare ancora molto perché la mano si congelerebbe del tutto e la lotta contro la stretta del ghiaccio è tremenda: quasi mi strappo i denti nella stoffa indurita ma riesco a infilare il guanto che poi percuoto a martello con l’altra mano per calzare meglio la muffola congelata. Sono salvo e gagliardo.

    Perfezionando la mia cuccia a ridosso della roccetta, sistemo gli sci sopra a mo’ di tettuccio, metto il sacco da montagna pieno di roba sulla fessura e mi infilo sotto tenendo le braccia incrociate come fossi composto in una bara.

    È una posizione un po’ ridicola ma sto bene.

    Sento un corpo caldo sul petto: è la borraccia di vino e the. Infilo una mano sotto la giacca e a fatica prendo la borraccia e l’apro per bere qualche cosa. Non esce nulla: è completamente ghiacciata e pure la sentivo come un corpo tiepido sullo stomaco!

    Non mi impressiono per nulla, anzi sono quasi divertito e penso a quando racconterò questa vicenda e tuti mi diranno: “Possibile, come facevi a resistere?”

    Resistere…? Si tratta di far passare il tempo fino all’arrivo di un evento che è scolpito nella mente: l’alba del giorno, attesa come un trionfo innovativo, diversa dalla notte impassibile che mi opprime. La notte che sa di dover morire tra poco ma non cede la morsa del ghiaccio e pesa sul mio destino sempre di più prima di sciogliersi all’affiorare di una luce nel Circolo della Valfurva e devo resistere inventandomi una ginnastica grottesca fuori dalla tana e camminate brevi attorno alla roccia.

    Non credevo che l’alba di un nuovo giorno avesse tanta carica e tanto valore nell’accendere speranza e… illusione di un miglioramento del clima, di un sorgere del sole caldo e amico; di un rinnovarsi delle energie, della fine di una lotta.

    Ma la mia baldanza è in calo, vorrei comunicare con qualcuno!

    C’è ansia, non posso negarlo, per il lento trascorrere del tempo che vedo consumarsi parallelamente alla mia autonomia.

    Il pensiero è fisso sulle ore che mi separano ancora dal giorno che spero sereno e che comunque porterà la luce.

    La preoccupazione è solo una. Come far passare queste ore senza subire le conseguenze della notte di freddo polare in cui mi trovo e sorpassare lo spessore di quel tempo che si dilata, che è lentissimo ora, senza una fine, soggetto principale della lotta per la mia sopravvivenza. Non è ancora passata la mezzanotte!

    Il tempo in queste circostanze è come un ostacolo a sorpresa che presenta un altro ostacolo appena superato il primo e poi un altro ancora, superato il secondo e poi un altro ancora e così via in una teoria di inquietudine, di sofferenza di cui non si intravede la fine anche se sai per certo che deve avere una fine, che è un rosario di immagini che si chiuderà su se stesso; ma quanto è lento, lungo e faticoso!

    E in ogni istante ti trovi uguale nell’incubo: vedrò la fine di questo agguato?

    Faceva freddo. Ora lo sentivo: le raffiche della bufera non erano cessate neppure un istante; continuava il dialogo con il vento…: “Smetti, smetti”- imploravo – “Sempre la stessa litania!”

    “Smetti” urlavo. Nulla.

    E mi sorpresi a parlare!

    Sibili e ruggiti: espressioni monotone che nella loro violenza celavano la loro miseria. Trasportavano una rabbia sempre uguale contro un essere che stava coricato in una fessura di neve e roccia. Mi costringevano però a uscire regolarmente ogni qualche minuto per sbattere le braccia e muovere i piedi, prima di infilami parzialmente sotto al mio sacco innevato e a due sci incrostati di ghiaccio. Al momento non avevo riflettuto che se avevo trovato una fessura del genere era perché quella era la direzione del vento che rafforzava la sua spinta contro la roccetta e vi scavava la neve sotto. La conseguenza era che da un punto all’altro della mia tana correva una raffica tagliente e potente di aria che mi investiva. Oppure la raffica colpiva in pieno, di faccia la mia roccia, si piegava con velocissima coerenza per scaraventarsi all’interno della tana per tutta la sua lunghezza e avvolgermi con un turbine di nevischio prima su un fianco poi sull’altro. Avevo la pelle del viso indurita e il freddo lo sentivo nei visceri.

    Ah se avessi potuto avere il sacco a pelo perso nella caduta!

    Forse non avrei dovuto battere tanto i denti!

    Si, non avevo mai provato a battere i denti; ma si battono proprio per un tremare convulso e irrefrenabile della mandibola che percuote incessantemente sulla mascella con un rumore nuovo, metallico Ma questo suono monotono e la contrazione dei muscoli della faccia, che è rapidissima e regolare danno quasi una sorta di sollievo. Sembra che i denti non sia tu a batterli ma un altro.

    Che cosa sarà mai il battere dei denti? Un vantaggio calorico perché mantiene in vita una parte del viso? Un riflesso automatico per mantenersi sveglio?

    È il masticare convulsamente fatica e paura?

    Non so se dormendo avrei continuato a battere i denti, ma del sonno non c’era neppure una traccia…

    Dopo qualche minuto però non ne potevo più e annaspavo per uscire dalla tana. Agitavo le mani e i piedi, gironzolavo ancora un po’ barcollando fin che cessava il battere dei denti e poi di nuovo mi infilavo in quel buco tormentato dalla raffica compatta che mi colpiva con regolarità.

    E poi c’era il tremore convulso dei muscoli delle braccia, delle gambe e del torace. Un tremito doloroso che potevo far cessare per due o tre secondi concentrandomi molto e impedendomi di stare fermo facendo un lungo respiro, ma poi riprendeva più forte e con più disagio. Questo tormento doveva durare altre ore che dovevano passare anche se non sapevo più come farle passare!

    Quel vento non mi diceva altro ma volevo capire se cambiava qualche cosa per annunciare un suo diverso imperversare. Poi dopo non so quanto avvertii una regolarità impressionante nelle raffiche: regolarità nel loro intervallo e regolarità nella loro forza. Un metronomo gigantesco scandiva i ritmi! Ah, ci siamo pensai, la natura si stanca subito di pause così precise! Qualche cosa deve cambiare. Mi sorprendeva la lucidità della mente che non aveva ombre; ma accolsi queste variazioni con emozione.

    Quanto si sarebbe ancora protratta la lotta destreggiandomi nelle circostanze per trovare iniziative che potessero aumentare la mia resistenza?

    Ora il tempo non mi sembrava più un’attesa di ore prima della sospirata alba del giorno nuovo ma una fetta sottile della livida notte. Una fetta che vedevo allontanarsi con il mio girovagare intorno alla tana. Qualcosa di diverso era successo in me, qualcosa di diverso era successo alla bufera; due personaggi verso la fine del percorso nella notte.

    Avevo raggiunto l’apice della curva della tensione, del disagio, dell’inquietudine e dicevo senza parlare. “Resisti che adesso qualche cosa cambia, qualche soggetto di questa tregenda si sposta o si spegne”. Ma il tremore continuava impressionante.

    Mi sentivo come un birillo dentro e fuori dalla buca dove resistevo solo poco.

    Che ora era? L’orologio con le lancette luminescenti diceva 5. Erano le cinque del mattino. Il termometro all’occhiello della giacca che riuscivo a leggere perché dovevo avere le pupille molto dilatate, come quelle di un gatto, segnava 35°C. sotto lo zero: era al massimo della sua scala. Nel momento in cui, non so perché, non tremavo e i denti si placavano guardavo in giro per vedere se c’era qualche riparo migliore, se scorgevo qualche cosa di nuovo nel turbine della neve, se potevo disporre meglio la copertura della fessura che si era mezzo riempita di neve soffiata.

    Camminavo intorno alla roccetta che spuntava dal terreno e facevo tre o quattro giri compiacendomi della mia resistenza alla bufera anche se ormai barcollavo.

    Il giorno che aspettavo voleva dire: ritorno a Santa Caterina!

    Avrei però voluto rimettere gli sci e avventurarmi ancora alla ricerca del Rifugio, ma sapevo che infilare gli attacchi in quelle condizioni con le muffole sulle mani, il ghiaccio che aveva incrostato e indurito tutto: ganci, lacci, scarponi sarebbe stata una operazione che mi avrebbe impegnato per ore e così esposto non potevo.

    Ma come mi sarei accorto che la mia resistenza stava per finire o era finita?

    Non lo so, Forse sarei caduto a terra senza più la volontà di alzarmi o senza più la forza di alzarmi, o avrei perso conoscenza di colpo o pian piano mentre il freddo mi avrebbe indurito anche le gambe e le braccia e fermato il respiro?

    Avrei percepito l’avanzare del congelamento del mio corpo? A quale domanda dovevo rispondere? Come dovevo interpretare la mia sconfitta?

    Queste cose pensavo e ponevo sopra agli altri pensieri come un castello di carta.

    – Se temo di gelare è perché so di non essere ancora gelato altrimenti non penserei di gelare perché se il cervello mi dice: “muoviti” è perché posso muovermi e non sono congelato… e se non sono congelato in queste condizioni che sopporto da molte ore, posso sperare che il giorno nuovo riduca la temperatura fredda e il sole porti qualche cosa di diverso, poi tutto cambierà –

    Questi pensieri sono brevi a dirsi ora ma credo che il tempo si comprimesse o dilatasse enormemente quella notte perché mentre dicevo queste cose tra me e me doveva essere passata almeno un’altra ora. Il tempo era un pugno di neve che potevo comprimere e ridurre a un tozzo oppure lanciare al vento a disperdersi in una nuvola, o era la mia mente che non registrava più tutti i fotogrammi dei momenti che si succedevano nella gelida notte e aveva alcuni vuoti per cui mi sembrava passato poco tempo mentre in verità tutto era trascorso come al solito?

    Una brezza diversa si era levata intorno…

    Era l’alba.

    Era l’alba o un’aurora? C’era una luce tenuissima e diffusa nel cielo e non si capiva da dove venisse e un tentativo di luce anche sulla terra che non era terra ma neve agitata dal vento. Ma quale vento? Non c’era più, era cessato e non me ne ero accorto. Forse avevo avuto un periodo di assenza dello stato di coscienza o forse il cervello impegnato a produrre le idee contingenti che mi erano venute sul tempo e sul freddo non si era accorto che il vento cessava. La realtà era che il vento non c’era proprio più e al suo posto regnava il silenzio. La luce del giorno avanzava nello spazio con persuasione inarrestabile e ne ero entusiasta.

    Intravedevo il profilo sfumato dei monti che erano neri nella notte; mi trovavo fuori dalla buca con un desiderio fortissimo di ripararmi dal freddo. Vidi un bel mucchio di neve soffiata e d’istinto mi inginocchiai scavandolo con le mani e vi feci un cunicolo in cui mi infilai con i piedi in avanti raggomitato, come un primitivo.

    Ero stremato e se un sonno può essere dolce è quello che mi avvolse.

    Ma dormivo veramente? Attraverso le palpebre passava la luce tenue e gialla del giorno nascente; la mente era persa in un oblio totale, il freddo interno del corpo scomparso e membra e respiro si erano calmati con un sollievo diffuso.

    Mi chiedevo se era vero e se potevo approfittare di questa pace progressiva. Poi scomparvi dalla mia coscienza! L’ultima cosa che pensai era che forse stavo morendo senza soffrire. Che pace!

    Mi sembravano passate ore ed ore, quando una mano fredda si posò sulla fronte e sul viso svegliandomi.

    La luce del giorno era appena appena rinforzata: non era una mano che mi svegliava ma la neve del tetto del mio cunicolo cadutami sulla faccia.

    Mi sentivo talmente ristorato da tutto: isolamento, fatica, freddo, sonno che mi alzai di slancio e mi misi a ricercare il sacco; l’agguato della notte era finito!

    Tolte le pelli di foca e calzati a fatica gli sci mi avviai verso il basso sul fianco non scosceso della montagna mentre il Cedec, alla mia sinistra sprofondava sempre di più nel burrone. La luce era ormai quella del giorno e io vedevo chiaramente anticipate tutte le immagini a venire: la discesa, il ritrovamento di qualche traccia lasciata la sera prima sulla neve, l’incontro con il primo fienile e poi le case, gli alberi, la strada, il paese. Non badavo più a nulla, sicuro com’ero di aver lasciato dietro a me una notte passata nella bufera e di aver concluso un’avventura pesante.

    Ero stanco, forse sfinito ma sentivo che non mi sarei arreso. Non avevo la forza di salire al Rifugio, perché dopo il girovagare nella notte mi rendevo conto di essere ora molto fuori strada.

    L’unica cosa da fare era quindi tornare a Santa Caterina.

    E Stefano? Certamente aveva raggiunto il Rifugio per passarvi la notte e poi non vedendomi arrivare sarebbe tornato verso valle a cercarmi.

    Erano quasi le otto del mattino.

    Non mi sembrava vero poter ridiscendere scorrendo dolcemente con gli sci senza fatica sulla neve compatta del fianco del monte, tra vallette declivi e ricolme, o tra roccette sparse che potevo evitare senza problemi nel mio sciare lento e regolare che ristorava dalla fatica… Ero proprio sopravvissuto a una notte selvaggia con la temperatura oltre i 35°C. sotto lo zero, aggravata chissà quanto dal soffiare tremendo della bufera. Avevo fatto errori? Non mi pareva, chiunque, anche alpinisti di professione e d’esperienza non avrebbero potuto fare diversamente, pensavo.

    Ora dovevo solo rientrare, recuperare il compagno e tornare al lavoro senza poter vantare la salita invernale al Gran Zebrù, abortita nella valle del Cedec; ma anche senza rimorsi o colpe. Pensavo già a quando ritentare, per non lasciare incompiuto un tassello di vita.

    Il disegno delle cime del Circolo della Valfurva con il sole che nasceva nel cielo celeste era un quadro stupendo: colori tenui e nello stesso tempo distinti e purissimi; il calare rapido, percettibile del rosa arancio dei raggi sui ghiacci verdi o sulle rocce nere del Cevedale, del San Matteo, o del Palon de la Mare si diffondeva distribuito in ampie e calde pennellate che si posavano, sempre più estese e intense anche sulla neve bianchissima che era in basso.

    Era tutto così bello da superare ogni mia attesa.

    Il cuore contento ringraziava la natura massiccia tutto intorno e CHI mi lasciava godere uno spettacolo per me nuovo e concessomi a sorpresa dopo aver pagato un biglietto non previsto. Stavo rinascendo.

    Dolce ritorno.

    Si avvicinavano gli alberi sparsi del primo bosco sopra il paese. Il tiepido e largo pennello arancione del sole amico mi aveva raggiunto in pieno e mi tentava.

    Volevo fermarmi e riscaldarmi dentro a quei raggi teneri, ormai senza ombre, che penetravano e spostavano la dura aria gelida del mattino; ma una certa inquietudine mi faceva continuare nella discesa. Non ero convinto di poter sostare.

    Uno scroscio improvviso, un rombo e un fremito della coltre di neve su cui scorrevo e di tutto intorno a me. Le cime dei monti e il cielo si spostavano da ogni parte a grande velocità, il sole mi colpiva gli occhi e poi spariva, ero immerso nella neve fino al collo e poi riemergevo e vedevo gli sci ai piedi, non respiravo e nuotavo.

    Un fianco della montagna vicino a me scorreva velocissimo verso il cielo.

    La slavina!

    Io il fuscello nel fiume di neve che scendeva con una velocità pazzesca verso il bordo del burrone aperto sotto di noi. Pur rotolando vedevo il pericolo, immaginavo l’imminente salto nel Cedec: ecco la mia morte!

    Il Cedec taceva; non avevo paura, non avevo rincrescimento; quello che stava avvenendo era naturale, giustificato: una slavina mi travolge e mi sputa nel burrone. Che colpa avevo io? In pochissimi secondi sfilavano idee veloci come la neve che mi portava a valle scrosciando: avevo fatto del mio meglio per sopravvivere nella notte, scendevo sulla linea della salita precedente, avevo temuto e rispettato la bufera, ero ancora ben coperto, mi giustificavo in tutto e chi va per monti mi avrebbe capito.

    Mi avrebbe cercato e non era stato per mia imprudenza quella morte inattesa!

    No la vidi la morte sicura.

    Il cielo azzurro e scintillante continuò a volteggiare sopra di me e dal petto mi uscii un forte richiamo: “Signore aiutami”.

    QUALCUNO guardò verso la valle del Cedec quella mattina e vide la slavina enorme che portava un piccolo uomo verso la morte ma sapeva che c’era una roccia a me ignota, una roccia affiorante dalla neve contro cui gli sci di quell’uomo sconosciuto e perso potevano sbattere e vide che la neve passava con la sua onda su di lui lasciandolo semi coperto sull’orlo dell’abisso mortale.

    Vide tutto ciò e si allontanò dal Cielo con un corteo senza chiedere riconoscenza.

    Mi ritrovai fermo contro la roccia; riemersi senza fatica da neve farinosa e a blocchi, recuperai uno sci che si era staccato. Attraversai di slancio la massa della slavina che si era fermata tutta e mi voltai per guardare quel mare di neve scomposta, raggrumata e bianchissima che mi aveva trasportato, sepolto e poi restituito vivo.

    Tutto era fermo come se non fosse successo assolutamente nulla!

    Le montagne attorno immutate e silenziose: il rombo fremente della massa in movimento era spento ovunque, tranne dentro di me dove rimane sempre dopo 45 anni: è un rumore strano, fatto di una vibrazione sgradevole, rapida e penetrante che passa oltre con un carico di rabbia e un desiderio sempre attuale di vendetta.

    Dov’è memorizzato? Nel cuore o nell’anima? Non lo so. È così ogni volta che lo risento in montagna.

    Stefano mi raggiunse perché scendeva dietro e aveva visto da lontano un punto scuro che attraversava il mare bianco della slavina. Aveva trovato e raccolto il mio sacco a pelo e prima di vedermi pensava che fossi morto nella notte.

    A Santa Caterina la prima persona che incontrammo era un ragazzo.

    Ci guardò e mi disse: “Lei è congelato, deve andare in un albergo”.

    A sera ero in Ospedale per le diffuse lesioni al viso, alle mani e ai piedi risolte poi senza grandi danni con una sola piccola amputazione a un dito e 35 giorni di degenza.

    “Mamma, ieri ho preso un po’ di freddo in montagna e sono in ospedale a curarmi”.

    Questa fu la mia versione alla famiglia lontana. Non dissi nulla della slavina. Quell’incidente è da me dimenticato; per la mia pochezza di alpinista oggi ci sarebbe una stele in più sulla montagna? Se la slavina si fosse staccata e mi avesse trascinato a valle qualche metro prima o qualche metro dopo per farmi passare accanto alla roccetta e non sbattermi contro ad essa per fermarmi sull’orlo del burrone del Cedec.

    Bastava uno starnuto o il battere delle ali del bel corvo nero che volteggiava in alto o forse era sufficiente che il mio peso fosse maggiore, per esempio se avessi avuto ancora il sacco a pelo sullo zaino, per fare staccare un attimo prima la slavina che avevo provocato!

    Il sacco a pelo, che rimpiangevo nella notte di bufera, sì quello mi aveva forse salvato la vita il giorno dopo.

    Mi sento quasi coinvolto in una profezia, mi impegno a verificare una realtà alternante: lo stato del racconto vissuto e la circostanza esterna che mi ha salvato. QUALCUNO teneva da sempre ogni filo della matassa di tutto questo a mia insaputa e lascia ora che possa riflettere: ero libero di scegliere il percorso di risalita al Rifugio, oppure di organizzarmi per sopravvivere nella notte e di decidere di scendere al paese appena uscito dalla tana di neve; oppure  poteva nevicare maggiormente quell’anno nella Valle del Cedec o il vento soffiare diversamente e coprire anche la roccia contro cui avevo sbattuto; oppure potevo avere un paio di sci più corti come tutti mi avevano consigliato di portare nella salita, mentre avevo scelto quelli lunghi di metallo perché volevo poi godermi meglio la bella discesa al ritorno; o se la neve del tetto della mia buca mi fosse caduta sul viso poco prima o poco dopo di quando effettivamente cadde svegliandomi, mi sarei avviato poco prima o poco dopo evitando forse la slavina che i raggi del sole nascente stavano scaldando con le loro pennellate arancioni e rosa; ma scaldavano però anche i sottili cristalli di neve del tetto della mia buca e scaldandoli un po’ di più o un po’ di meno mi sarei risvegliato e avviato un poco prima o un poco dopo

    Oppure…oppure…oppure…tante varianti possibili si rincorrono indeterminate e indeterminabili nel Circolo che si espande all’infinito.

    Oppure al calar della sera, quel giorno potevo essere in casa, vicino al fuoco a leggere un racconto di montagna di qualcun’altro che aveva vissuto una disavventura che lascia un segno sulla pelle e verso cui tenere memoria come quando ci si avvia verso una cima con un sacco in spalla, in una valle indifferente, tra monti sempre taciturni: si sale lentamente nel Circolo che si estende verso il Rifugio, nella calma del giorno e quando inattesa si annuncia da lontano una bufera che scende con il suo turbine di neve e vento impazziti con raffiche feroci, ci si accorge, increduli, di essere soli, senza compagni e tenuti in ostaggio.

    Il tempo è quasi passato come il crepuscolo che matura nella notte e si annuncia ora la luce del nuovo giorno.

    Un piccolo tassello tra il cinque e il sei di gennaio del millenovecentosessantasette si era perso negli altri sedicimila dei miei quarantacinque anni trascorsi sempre in mezzo alle montagne.

    Oggi l’ho ritrovato per acconciarlo, ormai… al calar della mia sera.

    Gian Battista Ceresa

    È stato selezionato nei giorni scorsi dalla Biblioteca Civica di Bormio per la giornata della “Montagna” e letto, molto bene solo in parte su face book.

     Il presidente

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